Sabato quinta ora. Supplenza in 2ªA, classe tra le più arrabbiate. Entro armato di soli sei giornali, per giunta sei “Corriere della sera”. Ovviamente rappresento solo uno dei centri d’interesse della classe, tra gli altri si possono contare: circa quattro i-pod, svariate merendine che circolano sottobanco, un mazzo di carte, innumerevoli pacchetti di sigarette, due fidanzate sedute sulle ginocchia e viceversa due fidanzati sulle cui ginocchia sedersi, diversi oggetti da smontare come: penne, accendini, sorprese degli ovetti kinder.
La classe è uno zoo e lo dichiaro subito, apertamente. Io sono il mattatore. L’immagine li stuzzica. Ne approfitto per somministrare i giornali e costringo un ragazzo che dichiara di chiamarsi Abdul a leggere il primo articolo che ci capita sotto il naso. In questo momento il mio obiettivo non è far capire ai ragazzi cosa si sta leggendo, ma far loro accettare il fatto che si stia facendo qualcosa insieme.
Per primo mi mostro magnanimo, mandando chi me lo chiede in bagno. Secondo, mi sforzo di far sparire cuffie e mazzi di carte dichiarando che è possibile fregarsene della scuola senza sbatterlo in faccia a tutti. Ciò che mi interessa è avere una conferma del fatto che le mie parole hanno un effetto sui loro comportamenti. Le cuffie sono come dei cavi di alimentazione, quando le orecchie si staccano, le teste crollano sul banco senza più energia.
Ora c’è un livello di attenzione che valuterei simile a quello dei pedoni al semaforo di un grande incrocio. Io sono il vigile urbano. Bene, possiamo partire.
Sfogliamo il giornale senza grandi speranze, finché l’occhio cade su di un articolo della pagina culturale dedicato al tema del rapporto tra intellettuali e fascismo. La parola fascismo è scritta a caratteri cubitali…
“Prof. leggiamo l’articolo sul fascismo?” Faccio finta di non sentire e improvviso: “Bene ragazzi, qui vedo un bel articolo noiosissimo, di quelli che piacciono molto a un prof noioso come me. È sul fascismo…, che ne dite di leggerlo?” “Macché noioso prof., è sul fascismo!”
Bene. Ecco trovato il loro punto debole, a questo punto non serve altro che far leva sul più fascistone della classe.
“Leggi tu allora, ok?”.
Gli altri si ribellano, ma è troppo tardi. Ormai abbiamo stretto un patto.
È davvero dura, però. Lui legge a stento, io cerco di ampliare il discorso, mi sforzo di decifrarlo e mi accontento di avere l’attenzione di un 40%, per gli altri non c’è speranza. Comunque è troppo anche per me, arriviamo a metà articolo poi ci fermiamo.
“Vi avevo avvertito che era davvero difficile. Comunque al di là di tutto, voi cosa ne pensate del fascismo?”
Non c’è grande dibattito, poiché tutti sembrano d’accordo nel sostenere un’origine buona del fascismo, ovvero quando il regime costruiva ponti e dava da mangiare agli italiani, e una seconda epoca di decadenza quando il fascismo portò l’Italia in guerra. Lo scopo principale di questa discussione per me è mettere in comunicazione le varie parti della classe. Cerco di costruire delle diagonali di comunicazione del tipo “Sei d’accordo su quanto ha appena detto la tua compagna di classe?”, “Cosa ha detto prof?”, “Ripetiglielo per favore?”…
Esaurito il breve repertorio di argomenti, per non far morire quel barlume di cooperazione che stava nascendo, cambio strategia: racconto.
Visto che mi parlano sempre degli inizi del regime comincio a raccontare i fatti della Marcia su Roma per come li ho letti nel libro di Lussu e mi sforzo di prendere i toni del narratore. Funziona perché ora c’è chi sta chiedendo agli altri compagni di fare silenzio per poter ascoltare. Mai sperato tanto. In ogni caso quando finisco di raccontare ho guadagnato qualche punto, ma non ho ancora ottenuto l’attenzione e il rispetto della classe.
Ora provo con le lusinghe. Riprendo il dibattito sul regime sostenendo che mi abbia colpito molto una frase detta da una ragazza a proposito dell’attualità del fascismo. Sto giocando sporco. Chiedo di rispiegare meglio cosa intendeva dire con le parole “Non credo nel fascismo, ma credo che oggi ci vorrebbe un po’ dell’ordine che c’era durante il fascismo.”
Ne nasce una discussione che coinvolge quasi il 60% della classe, il tono da spavaldo diventa riflessivo e pessimista. Escono tutte le loro incertezze mascherate dietro il linguaggio del razzismo, del qualunquismo e del cinismo del mondo adulto: tutto il repertorio di luoghi comuni che assorbono dalla strada e dalla televisione, ma che in bocca a loro fa quasi tenerezza per quanto è spuntato e indifeso.
Non riesco ad afferrare bene quali siano i contorni di questa crisi, ma è evidente che c’è qualcosa che li angoscia. Le accuse diventano lamentele del tipo: “Prof. io, se avessi l’età, non saprei per chi votare, davvero.” Tra le tante parole di sfogo ne sento una che mi stupisce: “Prof. oggi c’è troppa libertà, dappertutto, anche nella scuola…”
C’è troppa libertà?! Anche nella scuola!!! Detto da voi?, Qui?, Ora???
Un momento fermi tutti. “Avete sentito cosa ha detto la vostra compagna di classe? Siete tutti d’accordo che oggi in questo paese ci sia bisogno, non di più libertà, ma di meno libertà?”
“Si prof., meno libertà.”
“Compreso nella scuola?”
“Sì, anche nella scuola.”
“Ma vi rendete conto di quello che avete detto? Allora siete voi che ci chiedete di essere più severi, di mettere più note, di darvi più punizioni, voti bassi e bacchettate? Siete voi che ce lo chiedete?!”
Silenzio.
Neanche a farlo apposta suona la campanella. Vado a raccogliere le mie cose e faccio aprire la porta, tutti saltano in piedi e ricomincia il solito wrestling scolastico. Faccio per andarmene, ma la prof.ssa dell’ora successiva ancora non si vede. E poi non me la sento di andare via così, sento che me la devo giocare fino in fondo questa partita. Così mi giro e ritorno alla cattedra. Lancio un urlo con tutta la voce che ho:
“BAAASTA! Vi rendete conto del casino che state facendo! Adesso mi comporterò come VOI mi avete chiesto di fare. Per cui sedetevi immediatamente e in silenzio! Chi resta in piedi si becca una nota!” Cerco lo sguardo più cattivo che riesco a trovare e li guardo fisso negli occhi
“Tu siediti! Tu al posto! Tu sulla tua sedia. Ho detto sulla tua sedia! Staccati da quella ragazza! Le mani sul banco!”
Sono dritto in piedi dietro la cattedra e li sto guardando tutti negli occhi. Sono alto tre metri.
Adesso percepisco chiaramente e con imbarazzo i loro sguardi su di me e per la prima volta sentiamo il silenzio. Quel silenzio dei ragazzi che aspettano una risposta.
A questo punto è inevitabile: mi risiedo al mio posto come fossimo tornati all’inizio dell’ora e così rimango, nel silenzio generale, per circa mezzo minuto. Poi mi alzo. Minaccio che non voglio sentire volare una mosca, perché sto per aprire la porta. Infine, mi giro e auguro a tutti un buon fine settimana.
Scendo le scale ridendo e mi sembra di sentire dietro di me gli applausi allegri del pubblico pagante.
Riflessioni ex-post
Riattivare oggi il rapporto tra padri e figli è diventato un’impresa da Titani. Non saprei indicare quali siano le cause di questa crisi della scuola e della società. Posso parlare piuttosto della mia esperienza e dire che pur appartenendo per professione alla categoria dei padri, io mi sento in tutto e per tutto un figlio. Come la mettiamo allora?
“Figli di figli”, diceva Pasolini, ma il suo era lo sguardo del poeta che contempla un mistero. Era lo sguardo dell’escluso che per eccesso di penetrazione non riesce a comprendere il mondo normale, la società contadina come quella capitalista. Dal canto suo, però, il mondo teneva ferme le distinzioni tra padri e figli e coltivava la magia per cui segretamente si passa da un’epoca all’altra.
Cosa succede, invece, quando anche da dentro il nostro mondo cominciamo a vederci tutti “figli di figli”? Quando la categoria dei padri comincia a diventare un posto vacante, un lavoro che nessuno vuole più fare? Cosa faremo se dovesse arrivare quel giorno in cui non si riuscisse più a trovare nessuno a volersi sporcare le mani, ci affideremo anche in questo caso al lavoro sottopagato degli stranieri?
Un dato di fatto da cui partire per impostare una riflessione significativa sull’autorità è che essa va ricostruita pezzo per pezzo. Non esiste più come elemento dato, come punto di partenza. Ciò che rimane in vita è solo il suo cadavere fascista, il cui odore esala dalle bocche dei nostri impotenti politici. Ciò di cui però sono convinto è che l’unica speranza che ci è data stia proprio nel ripartire da questo cadavere. Come direbbe Naomi Klein, dobbiamo ricominciare dalle macerie, da quello che resta sul campo, perché ogni tentativo di azzerare i conti col passato è mistificazione. È un modo per trascinarsi dietro il passato, appunto, come un cadavere.
L’idea del fascismo, dunque, in questi ragazzi è qualcosa di molto sfuocato, come è normale che sia. Non sta all’inizio di nessuna conoscenza, quindi non va corretta. Non rappresenta una colpa e quindi non va punita. Essa è l’espressione di questa richiesta di autorità, che è sia desiderio castrante di essere puniti, sia però necessità di una guida, di un modello verso cui indirizzare o deviare le proprie aspirazioni. Più sono deboli e più si fanno forza dichiarandosi fascisti, ma questa loro fragilità li rende anche disponibili e aperti; ricettivi, a modo loro, e grati quando gli si dà ciò di cui hanno bisogno. Resta il fatto, però, che se io entrassi in classe con un atteggiamento autoritario sarei sempre e soltanto un professore fascista. Forse farei quello che mi chiedono nel loro intimo di fare, ma lo scambio che ci sarebbe tra me e loro sarebbe indecente e scandaloso, perché da me imparerebbero solo ad essere arroganti, ottusi e meschini. Imparerebbero l’ipocrisia e l’imbroglio, la sottomissione arrivista e la mancanza di umiltà.
Inoltre, io non posso nemmeno sedermi dietro la cattedra e cominciare a fare il padre, non perché non voglia, ma perché, come ho già detto, non lo sono. Quello che posso cercare di fare è “giocare a fare il padre”. Giocare con loro sul palcoscenico della classe. Fino a che, nel momento in cui li obbligo a fare quello che la mia voce comanda, sono io che sto ubbidendo alla loro richiesta di avere un professore autoritario e punitivo. Il massimo della libertà, insieme al massimo di costrizione. L’espressione più violenta di autoritarismo, insieme all’ascolto più aperto (cosa è, infatti, più distante per me e quindi richiede maggiore disponibilità dell’incarnare il modello dell’insegnamento autoritario?).
Certo, lo schema di fondo della nostra relazione rimane quello dell’autorità moderna, ovvero quello del sadomasochismo classico (e da lì non possiamo uscire). Ma a me sembra che, a differenza della violenza del potere e al di là della metafora sessuale, essere passati attraverso tutte le oscillazioni della relazione alunno-insegnate e averlo fatto attraverso il confronto non violento della parola, senza mai cedere a soluzioni improvvisate, che tentino inutilmente di riprendere in mano la situazione, di costruire “un’apparente recinzione intorno all’apparente”; insomma tutto questo sforzo paziente e metodico, penso che ci porti alla fine ad un grado sufficiente di intimità dentro la classe, tale da spingerci tutti a desiderare di realizzare non il nostro desiderio, ma quello dell’altro.
A cosa sarà servito, poi, tutto questo processo? Solo a far sì che alla fine di questa rappresentazione teatrale, avremo ottenuto di nuovo una visione condivisa dello spazio e dei ruoli. Che fatica, però!
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