Voci del verbo insegnare

Copiare: l’etica dello studente nella ricerca dei sociologi

Con postille e citazioni

Rita Chiappini

(ottobre 2005)

Una riflessione sull’etica e la socializzazione morale attraverso l’esame di comportamenti in apparenza minori – copiare, suggerire… Le conclusioni non sono confortanti. Ma offrono un ottimo spunto per ripensare, in classe, a valori e disvalori…
 


copiare è bello…
Sul “copiare in classe” abbiamo già fornito qualche informazione, e posto un paio di domande (cfr. Chiappini in contributi, settembre 2005). Ora possiamo provare ad approfondire la questione. I dati provengono da un’ampia ricerca di prossima pubblicazione (indicata, insieme ad altri titoli, in fondo al testo).
Questi dati ci consentono di dare un’occhiata, come attraverso la porta della camera dei ragazzi lasciata semiaperta, allo sfondo etico che guida le scelte degli studenti italiani riguardo alla correttezza dei comportamenti durante le prove di verifica (sono considerati gli studenti del triennio delle scuole superiori).
Bene, la prima “scoperta” è che non c’è alcuna percezione del carattere truffaldino della pratica: alla domanda “ritieni che sia giusto definire truffa il copiare in classe?”, il 76% degli studenti ha risposto di NO.
Come conseguenza di questa convinzione (a mio avviso più grave del comportamento stesso!) gli studenti si attendono dagli adulti molta “comprensione”, ritenendo che il comportamento dovesse essere considerato con benevolenza, e non come qualcosa da condannare severamente: così rispondeva quasi il 71% degli intervistati, il che significa che solo meno del 30% degli studenti si aspetta una severa condanna per sé o per i compagni che copiano!
Se uno dei ruoli fondamentali della scuola è la socializzazione, intesa come adattamento dell’individuo alle convenzioni, usi, regole anche non scritte della società in cui vive (S. Brint parla di “conformità” morale, comportamentale e culturale), viene da chiedersi se una così massiccia uniformità di atteggiamento non derivi proprio da un “successo” di socializzazione da parte dell’istituzione verso la disonestà.


… e anche giusto
Con quali sentimenti fa i conti lo studente che copia?
L’indagine ipotizzava sei risposte: Soddisfazione per la furbizia, Senso di inferiorità, Senso di colpa, Indifferenza, Fierezza, Gioia.
A farla da padrone risulta l’Indifferenza, messa al primo posto da più del 30% dei ragazzi; mentre il senso di colpa colpisce (è il caso di dire) appena l’11% degli studenti, con una certa preponderanza femminile (13,8 % delle ragazze a fronte dell’8,6 % maschile).
Anche la percezione che i ragazzi hanno delle conseguenze delle proprie azioni merita la nostra attenzione. Alla domanda: “chi o che cosa è colpito dalla violazione del divieto di copiare?”, solo il 12,8% risponde “L’interesse comune per l’onestà e la correttezza”, mentre le percentuali più consistenti vanno a “Lo studente stesso” (36%) e “I compagni studiosi e onesti” (23,5%).
Questi dati sembrano suggerire che per i nostri ragazzi, quando ci si allontana dal concreto, tutto perda senso, anche se gli intervistati frequentano il triennio, quindi sono in una fase di sviluppo in cui la concretezza non dovrebbe essere più l’ancora indispensabile del pensiero.


arrangiarsi a scuola?
Una debolezza morale sembra avvolgere i nostri studenti come una malattia cronica a lento decorso che non uccide ma lentamente rende inabili a discernere il giusto dall’ingiusto, l’onestà dalla truffa (e qui la tentazione di parlare di pandemia sarebbe molto forte; il numero del 10 ottobre della rivista “Time” titola “La terra senza vergogna” un articolo sull’Italia …)
Tale precarietà sembra trasversale alle aree ideologiche del paese. Ad esempio, vediamo la differenza tra chi frequenta la messa una o più volte alla settimana e chi mai: ebbene, sulla definizione di truffa per il copiare vi sono solo 3 punti percentuali di differenza!
Anche l’appartenenza politica non sembra incidere più di tanto: tra gli apatici e coloro che si collocano negli schieramenti di centro-destra e centro-sinistra la differenza, sullo stesso quesito, non supera i 2 punti percentuali.
L’esame di questi dati mostra il volto di una scuola in cui l’arrangiarsi e l’imbrogliare sono esperienze generalizzate e universalmente contemplate come opzione. Tali comportamenti non sono vissuti come trasgressione ma come normalità, risultando omologhi all’ideologia famigliare (e forse anche a quella scolastica.).
Secondo Remo Bodei ogni istituzione o gruppo costituisce una “banca di emissione (...) di valori etici”; se però ogni giorno la nostra scuola diventa il palcoscenico dell’arte di arrangiarsi rischia di trasmettere disvalori. E il sociologo Brint: “le scuole ... sottoscrivono il valore dell’onestà però spesso inavvertitamente premiano gli imbroglioni”.


per approfondire
Chi tra voi non fosse troppo amareggiato da questa lettura e volesse approfondire l’argomento può trovare molto interessanti i testi di Marcello Dei, Colletto bianco, grembiule nero (Il Mulino, 1994) e Sulle tracce della società civile (Franco Angeli, 2002). È utile anche la ricerca di Roberto Cartocci, Diventare grandi in tempi di cinismo, (Il Mulino, 2002), dedicata proprio al deficit di risorse civili dei giovani. Per una visione comparativa facciamo riferimento all’opera del sociologo americano Steven Brint, Scuola e società ,(Mulino, 1999).
I dati riportati nell’articolo provengono dalla mia tesi di laurea, parte di una più vasta ricerca su Economia e società nella cultura dei giovani, curata da Marcello Dei all’Università di Urbino (e di prossima pubblicazione per la Franco Angeli). I questionari (2084) sono stati distribuiti nell’inverno-primavera 2004 in 1344 Licei classici e scientifici, 146 tra Istituti d’arte e Licei artistici, 711 Istituti Tecnici e 593 Istituti Professionali.


Diversa, si direbbe, la situazione dei paesi anglosassoni. Senza akcuna volontà di mitizzare, ecco ad esempio le osservazioni di un’altra amica delle Voci, l’antropologa Marianella Sclavi:

“In USA se uno viene colto in fallo perché ha copiato senza citare la fonte corrono parole grosse come ‘plagio’ e infrazione del ‘principio d’onore’ (‘honor principle’); i compagni lo guardano con disprezzo. Anche durante i test in classe gli studenti di solito si guardano bene dal suggerire o dal copiare. In Italia uno che ‘non suggerisce o non passa il compito’ viene giudicato gretto ed egoista. Vuol essere solo lui a fare bella figura a scapito del compagno in difficoltà. Il compito in classe è un’orgia di scopiazzamenti che l’insegnante di solito finge di non vedere e quando non può fingere, esclama benevolmente: ‘Hai cercato di fare il furbo, ma ti ho beccato!’, nessuna tragedia.”
(Arte di ascoltare e mondi possibili, Paravia Bruno Mondadori, 2003, p. 60).

invia un commento

torna su