Voci del verbo insegnare

Copiare in classe

Rita Chiappini

(settembre 2005)

Copiate, copiate, qualcosa resterà… Ma a noi, insegnanti e adulti, cosa “resta” dalla nobile e diffusa arte del copiare?
Rita Chiappini si pone e ci pone alcune domande, tra il serio e il faceto – ma le questioni serie, si sa, si celano spesso dietro i dettagli minori.


Cari colleghi,

le scuole sono come cantieri aperti: indossati guanti gialli da lavoro, caschi e scarponi rinforzati, scendiamo nello scavo e cominciamo a mettere in atto quello che abbiamo pensato/ programmato/ipotizzato durante l’estate.
Ci siamo interrogati su come affrontare gli argomenti, quanto tempo dedicare al lavoro di gruppo, come strutturare le verifiche, come valutarle...
E proprio a proposito di verifiche: proviamo a dare un’occhiata dall’altro lato del foglio, quello che noi insegnanti non vediamo mai.
Come ho fatto ad ottenere l’accesso?
Negli anni scorsi, accanto agli abiti della prof, ho indossato quelli della studentessa universitaria di sociologia – una esperienza ricca di spunti per una metariflessione su imparare, insegnare, cosa, a chi, perché…
Ebbene, nell’ambito di una ricerca più ampia sulle conoscenze economiche degli studenti dei trienni, che dedicava una sezione al “civismo” dei ragazzi italiani, la mia tesi si occupava del “copiare in classe”.
Tenetevi forte: solo l’8,6% degli studenti italiani dichiara di non copiare mai durante i compiti in classe, mentre coloro che affermano di farlo “raramente” sono il 27,8%.
Dunque: di chi sono le prove che correggiamo, chi merita i voti che diamo?
La variabile del sesso, che normalmente ha un grosso peso nei comportamenti trasgressivi (una delle costanti nelle società occidentali è la maggiore incidenza della trasgressione maschile), non ne ha affatto nella pratica del copiare e i valori sono pressoché identici.
Mi sembra quasi di vedervi, colleghi, aggrottare le sopracciglia pensando alle vostre classi, e dire “no, i miei ragazzi sono diversi”; certo sarà così, ma i grandi numeri ci dicono che la pratica è diffusa in tutti i tipi di scuola pur con qualche sfumatura di differenza.  Dichiarano di non copiare mai, nei licei classici, scientifici e artistici il 12%, nei linguistici e pedagogici il 5,4%, negli istituti tecnici il 8,2% e negli istituti professionali il 5%.
Come si distribuiscono i copiatori regolari, quelli che dichiarano di copiare “SPESSO” nelle varie fasce di punteggio?
Anche qui i numeri ci fanno soffrire un po’: la metà degli insufficienti e il 38,2% dei sufficienti copia spesso, come il 6,4% degli studenti modello che prendono dall’8 al 10.
Ma sono forse i ragazzi e le ragazze che stanno “attorno al 7”, lo zoccolo duro della scuola italiana, che ci danno il dispiacere più grande: dal “6 pieno” al “quasi 8” copia spesso il 48,3%!
Cercando una variabile che potesse illuminare tale comportamento, abbiamo incrociato i dati con l’area geografica, con la pratica religiosa, con l’appartenenza politica: tutto inutile, il copiare regolarmente e senza remore non conosce frontiere geografiche né ideologiche.
L’indagine si occupava anche di altri aspetti della questione. Ma è importante interrogarci sul nostro (della società adulta) atteggiamento/comportamento riguardo alla pratica del copiare: quali segnali diamo, cosa consideriamo sbagliato (la scelta etica o la sfida verso di noi?), cosa sperimentiamo quando gli esaminati siamo noi. Copiare è un segnale di trasgressione o di conformità?
Fatemi sapere cosa ne pensate e....buone verifiche!

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