Voci del verbo insegnare

Contrappunti

Rita Tamba

(febbraio 2006)

"Cari redattori,
il tipo e il tono di queste "scritture" hanno sempre accompagnato la mia pur bislacca esperienza di lavoro. Per interrompere un attimo la spiegazione, per richiamare la sopita attenzione, per sdrammatizzare momenti difficili, raccontavo qualcosa in forma d'aneddoto o riflessione.
Devo riconoscere che era soprattutto l'esigenza di equilibrare l'incontro tra le persone, il loro vissuto e il ragionar in forma di disciplina non parlando di scuola.
Ora continuo a "tessere questa ragnatela" che, come ero solita ripetere, partiva per la tangente per rientrare, solo a percorso ultimato, nella routine".


Applausi
Una sinfonia, si sa, è una sinfonia. Allegro, minuetto, adagio, andante con moto... Non sono belle queste parole, e poi in italiano per tutte le sinfonie? Ascoltare un concerto di musica classica dal vivo è un evento: raccolti in una poltrona cremisi del teatro Manzoni, nella penombra, con lo sguardo rivolto o all'orchestra o ai palchi di fronte o al programma che appena s'intravede confermandoci che è la n. 36 di Mozart, poi ci aspetta Mendelssohn.
Una sorta di impaziente lentezza sostiene l'attenzione del nostro ascolto, e, se la prospettiva lo concede, possiamo scorgere nel pubblico le varie posture di questo linguaggio dello spettatore. Un'impercettibile differenza distingue gli occhi chiusi di chi è assorto completamente dal suono da chi è momentaneamente appisolato. Molti accennano col capo ai passi più intensi, come se ben conoscendo il brano ne anticipassero le note, in un dialogo quasi intimo con gli esecutori.
E la sinfonia va, procede al di sopra del campionario di umanità raccolta intorno a lei, coi suoi tempi e le sue pause. A questo punto succede quel che non dovrebbe. Tra l'adagio-allegretto spiritoso e il poco adagio, in quella sospensione che sembra il respiro che si riprende, si apre un applauso. Un fremito corre per tutto il teatro fino all'orchestra. Non è finita, la sinfonia ha ancora tre movimenti, non si interrompe questa manciata di secondi che sono anche loro musica silente.
Gli appassionati irrigiditi dal severo disagio sperano che sia bastato lo scambio di sguardi tra gli orchestrali a redarguire gli incompetenti. Eppure al termine del poco adagio, appena gli archi sostano sospesi, di nuovo l'applauso. Ma come, non siamo alla fiera di paese o peggio in uno studio televisivo! Il minuetto è gioioso e sottile come può solo Mozart, e alla fine del movimento… non c'è che un passaggio impercettibile, un continuum, una liaison al finale presto.
Il direttore d'orchestra ha risposto così.
Lo scroscio d'applausi finale inonda la sala, ma non bagna tutti. Appaga lo spettatore dell'evento, meno l'intenditore snob e forse anche gli esecutori. Sicuramente lo sguardo del direttore che ringrazia senza sorriso è molto eloquente. Domanda retorica: chissà se il pubblico di Mozart assomigliava più a quello selezionato dei grandi interpreti e degli appassionati o a tutti gli altri?

foleggiando
Al paese si diceva "quello è un contafole" di uno che raccontava inventando per tener desta l'attenzione su di sé, ascrivendo ai compaesani, scelti di volta in volta come protagonisti, meriti e misfatti, non per moralismo, ma per il gusto di crear personaggi e storie.
I suoi uditori erano grandi e piccoli e, molto prima della televisione, lui sapeva adattare le vicende al luogo, al momento e a quel particolare pubblico.
Di lui si diceva che era meglio incontrarlo al calar della sera quando ci si poteva attardare in chiacchiere, non di mattina quando il da fare era impellente per tutti e rappresentava una trasgressione soffermarsi magari con la bicicletta a mano, rallentando il passo fino ad arrestarlo sul ciglio della strada, per assecondare il ritmo della sua narrazione.
Il contafole sapeva catturare l'attenzione con naturalezza, senza forzare, facendo leva sul desiderio di meraviglia e di straordinario tanto profondo nelle persone comuni. Erano storie d'intrecci amorosi, di paure, di scherzi impietosi fatti allo sprovveduto di turno, complici la notte e le nebbie, regine d'ogni stagione nella pianura che degrada verso il mare lontano.
Accadeva così che i protagonisti di queste avventure paesane si trovassero a convivere con l'eco della storia cui appartenevano, lasciando spesso a tale alter ego il compito di suggerire il soprannome con cui esser confidenzialmente riconosciuti. L'inventiva di quest'affabulatore si avvaleva dello straordinario strumento del dialetto, che consentiva una ricchezza di neologismi ed espressività coi quali il paese sapeva raccogliere la cultura orale di generazioni.
Come tutti gli sciamani anche il contafole lasciava il suo ruolo in eredità. Il passaggio del testimone avveniva impercettibilmente, prima che vecchiaia e giovinezza si scontrassero nel vuoto lasciato tra la perdita dell'una e l'affermazione dell'altra.
Di solito un bambino, poi ragazzo, ascoltatore fedele del nostro oltre ogni rimprovero paterno, si affiancava da tempo a lui. La sua figura diventava familiare e la sua voce, perso il timbro da adolescente, poteva continuare a contar fole vecchie e nuove.

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