Girolamo Di Michele

Questo testo, tratto da CARMIILLA on line , viene pubblicato anche su altri siti accomunati dalla difesa della scuola.
Lo scorso maggio gli studenti del secondo anno di istruzione superiore (licei e istituti tecnici e professionali) sono stati sottoposti alle prove dell’Istituto Nazionale per la Valutazione del Sistema educativo di istruzione e di formazione (INVALSI). Lo scopo di queste prove di “valutazione esterna” in italiano è di “accertare la capacità di comprensione del testo e le conoscenze di base della lingua italiana” (vedremo dopo le finalità più generali dell’INVALSI). Per verificare queste capacità e conoscenze è stato chiesto agli studenti di leggere dei testi e rispondere a un certo numero di “domande a risposta chiusa” [1]. Uno dei testi era il racconto di Mario Rigoni Stern “Sulle nevi di gennaio”, compreso all’interno della raccolta Aspettando l’alba e altri racconti (Einaudi, Torino 2004, in appendice). Il racconto, originariamente pubblicato su “La Stampa” del 19 gennaio 1994 col titolo “Sul Don, quel lontano inverno”, fa parte del “Ciclo del Don”: e infatti nel Meridiano Rigoni Stern è inserito, dopo i romanzi, tra i racconti della seconda guerra mondiale (alle pp. 859-863].
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Noam Chomsky
Tratto da: Internazionale 944, 13 aprile 2012
(…) 
Nell’ideale illuminista l’istruzione è un filo conduttore che gli studenti seguono a modo loro, sviluppando la propria creatività e libertà di pensiero.
L’alternativa, che dobbiamo respingere, è quella del contenitore da riempire di nozioni che, come tutti sappiamo per esperienza, scivolano via facilmente.
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Claudio Giunta
Preminenza della formazione tecnico-scientifica su quella umanistica, disagio di fronte alle nuove tecnologie, marginalità dei classici: il mondo sembra sempre più refrattario al genere di educazione che le discipline umanistiche, storicamente, hanno mediato e difeso. Ma la battaglia non è affatto perduta: per avere qualche chance, però, è necessaria una certa dose di senso della realtà e di pragmatismo.
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Sullo scaffale accanto alla mia scrivania c’è un raccoglitore che ha incollata sul dorso la scritta “Piagnistei”. Contiene, in fotocopia, saggi sulla crisi dell’umanesimo o sulla fine dell’umanesimo, dove per umanesimo s’intende “discipline umanistiche insegnate a scuola e all’università”. Dentro il raccoglitore, i saggi sono riuniti in sottocategorie.
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Mauro Piras
Dal sito: “Le parole e le cose”, 22 marzo 2012
Che cosa resta del lavoro dell’insegnante? Che cosa resta delle ore che un docente passa in classe con i suoi allievi, delle parole che dice, dei discorsi che ascolta, dei rapporti che intesse con i ragazzi? Molti insegnanti, se interrogati, direbbero “poco”, al massimo il ricordo nel tempo, da parte di un ex allievo incontrato dopo anni, di un maestro che “ti ha dato qualcosa”. La nostra cultura, nel rapporto con il lavoro, sembra privilegiare il modello dell’artigiano: resta di un lavoro il prodotto che si fa, il manufatto. Sotto il primato del pensiero rappresentativo e della cultura astratta, che ha dominato la nostra civiltà, il modello dell’artigiano si incarna nelle opere intellettuali: quando si pensa a un’attività non manuale, il suo compimento viene sempre individuato nel prodotto finito, nel libro, nell’opera d’arte, nella composizione musicale, ecc. L’attività non è in perdita se resta qualcosa di oggettivato.
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Giulio Giorello
Da un ricchissimo dossier sulla laicità della scuola pubblicato il 6 febbraio scorso da VIVALASCUOLA e consultabile nella sua interezza a questo link:
http://lapoesiaelospirito.wordpress.com/2012/02/06/vivalascuola-103/ , estraiamo l’intervento di Giulio Giorello, riconoscenti alla redazione per l’ottimo lavoro del blog.
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Lo studio delle materie scientifiche e l’impostazione storica nella presentazione delle teorie più rivoluzionarie “possono servire a renderci consapevoli del fatto che la razionalità, il rigore logico, la controllabilità delle asserzioni, la pubblicità dei risultati e dei metodi, la stessa struttura del sapere scientifico come qualcosa che è capace di crescere su se stesso, non sono né categorie perenni dello spirito né dati eterni della storia umana, ma conquiste storiche, che, come tutte le conquiste, sono suscettibili di andar perdute.”
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