Un luogo: la scuola in cui gli incontri sono quotidiani e spesso assidui, continui nel tempo.
Dai tanti manuali, che fanno bella mostra di sé nelle librerie, sono proposte molte tecniche che, se diligentemente apprese, trasformerebbero gli insegnanti in perfetti comunicatori e costruttori di relazioni.
Nella realtà di quello spazio tutto è molto più complesso e imprevedibile.
- “Scusi prof le posso parlare?”
- “Dimmi.”
- “No prof è che le volevo dire, insomma non qui, se ha un minuto.”
L’insegnante raccoglie vari fogli dalla cattedra, il registro personale e, per un attimo anche quello di classe, che poi ripone tornando indietro – “Sì, va bene. Fammi pensare, durante l’intervallo sono in 5a. Se vuoi mi raggiungi, tanto l’aula si svuota e per qualche minuto si sta in pace.”
- “Grazie prof”
- “A dopo.”
L’insegnante si avvia verso l’aula di 5a, dall’altra parte delle scale, riaggiusta la tracolla della borsa e il pacco dei compiti mal riposto scivola a terra.
Firma sul registro, lezione, intervallo.
- “Eccomi prof.”
- “Ah sì, dimmi pure. Finisco un attimo questo e sono da te.”
L’insegnante, staccata la penna dall’agenda di lavoro, alza lo sguardo e vede lo studente, in piedi, reclinato verso di lei quel tanto per dar forma ad uno spazio di riservatezza che acquista il suono ferroso delle sue catene contro il piano di formica verdecattedra.
Lei si alza, appoggia il fianco, toglie gli occhiali e allenta lo sguardo, in ascolto.
- “Dunque prof, lei sa che quest’anno dovendo ripetere sono un po’ in difficoltà. - Pausa - Sì perché io del resto non ero sicuro di voler ripetere, ma i miei si sono convinti dopo i primi tempi, le dirò volevano anche far ricorso, che questa era l’unica scuola per me. Hanno visto le altre che ci avete indicato, ma non andavano mica bene. In una poi non c’è neanche il laboratorio di informatica che c’è qui.”
- “Ho capito.”
L’insegnante si sta chiedendo dove finirà questa premessa, ma teme che il cuore del discorso abbia già palpitato in quel “sono un po’ in difficoltà.”
- “Cosa vuoi dirmi quindi, che cosa ti aspettavi di diverso?”
- “No niente, è chiaro che come avete detto tutti all’inizio dell’anno, devo ricominciare con un atteggiamento nuovo, devo far tesoro dell’esperienza, anche se, insomma, non è poi andata tanto bene. Sono stato anche sfortunato.”
- “Oddio, senti, abbiamo discusso tanto in sede di scrutinio, e abbiamo deciso anche pensando di…”
(Pausa. L’insegnante si rifiuta di cadere nella trappola del bene profuso con i voti, ancorché negativi.)
- “… metterti di fronte alle tue responsabilità.”
- “Si, ma.”
- “Ma, ma quante volte abbiamo detto che diventare grandi vuol dire…
- e qui il nastro scorre da solo –
…essere responsabili, cioè assolvere i propri compiti, imparare dai propri errori, impegnarsi e provare anche ad appassionarsi allo studio!”
- “Mm… mm…”
Lo sguardo del giovane si allarga intorno, attratto dagli studenti che rientrano, cercando di sfuggire alla “docentis oratio”, che ben conosce.
- “Mm... mm…”
- “Se tu vuoi, puoi fare di quest’anno un anno speciale - cauta sospensione - puoi approfittare per fare le cose bene, con l’atteggiamento giusto, non per sentirti estraneo.”
- “Sì sì.”
L’attenzione del giovane torna al colloquio, abbandonando il dialogo intrecciato con gli sguardi delle ragazze della classe.
- “Sì sì”.
- “È meglio che usciamo, qui c’è troppa gente.” – sollecita l’insegnante.
- “Ma no prof, non importa, ho già capito.”
- “Certo, è che non mi sono spiegata bene.”
- “No prof, lei si è già spiegata benissimo, e poi devo tornare in classe.”
- “Ma allora cosa volevi dirmi di preciso?”
- “Niente è che mi sembrava che ce l’aveste con me.”
- “Come, chi?”
- “Niente, voi insegnanti. Ma forse è un’impressione.”
- “E sbagliata pure. Noi vogliamo solo che tu riesca bene…”
Lo studente è già distante tanto da non sentire le ultime parole. Meglio così. Viste le severe osservazioni che hanno accompagnato gli ultimi giudizi su di lui.
Il frastuono della ripresa delle lezioni si spegne velocemente, lasciando un vuoto in cui l’insegnante si adagia per qualche istante, mentre vede la figura dinoccolata sparire oltre la porta delle scale.
Ora si accorge che il suo elenco di belle parole, di consumate esperienze, dal suono così dolce per chi ama cullarsi nelle ragioni e nelle emozioni del conoscere, sono rimaste sospese nell’aria senza toccare né il cuore del ragazzo e neanche il suo, ormai.
Il giovane invece ha colto nel segno: l’ha indotta a pensare a lui, al suo scrutinio trascorso, all’idea che lei ha del suo esser studente e, soprattutto, le ha detto che lui lo sa.
Un impercettibile sorriso riporta l’insegnante ad accorgersi che deve andare in classe.
Quale classe? Dov’è l’orario? Giù, al piano di sotto. Borsa, registro, libri e il solito pacco di compiti di nuovo a terra!
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