(testi, audio, video)
In occasione 1o maggio la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna mette online alcuni capitoli del volume La costituzione negata nelle fabbriche (1991), di Luigi Arbizzani, Editrice Pass, 2001, non più disponibile in libreria, conservato e disponibile integralmente in formato digitale presso la Biblioteca della Fondazione.
| Autore | Arbizzani Luigi |
| Editore | Editrice Pass |
| Anno | 2001 |
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In difesa di “un bene fondamentale della vita qual è il lavoro” Bologna medaglia d’Oro partigiana La scissione della “Libera CGIL” L’azione per il riconoscimento della “giusta causa” contro il potere di licenziare |
In occasione della Festa delle donne la Fondazione Gramsci Emilia-Romagna mette online alcune pagine del volume Le italiane si confessano (1959), a cura di Gabriella Parca, Feltrinelli, 1964, conservato presso la Biblioteca della Fondazione.
Il libro raccoglie circa 8.000 lettere giunte, sul finire degli anni ‘50, alla ”piccola posta” di due settimanali nazionali a fumetti. Il volume ispirò la realizzazione, nel 1961, del film “Le donne e l’amore”: undici episodi tratti da altrettante lettere del libro.
La pubblicazione contiene un’introduzione di Pier Paolo Pasolini e una di Cesare Zavattini. Entrambe vengono riportate insieme alle lettere di due ragazze diciasettenni.
Come è avvenuto per altre date significative cogliamo queste occasioni per far conoscere il patrimonio librario acquisito dalla donazione della Ex Libreria Palmaverde di Roberto Roversi, dalla quale anche questo testo proviene.
| Autore | Parca Gabriella |
| Editore | Feltrinelli |
| Anno | 1964 |
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In occasione della “Giornata della memoria” la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna pubblica sulle pagine del proprio sito alcuni capitoli del libro di Pelagia Lewinska, Vingt mois à Auschwitz, edito a Parigi già nel 1945. Il volume è conservato presso la Biblioteca della Fondazione e proviene dalla Ex Libreria Palmaverde di Roberto Roversi. Testimonianza drammatica di una superstite internata ad Auschwitz, il libro viene presentato nel nostro sito da una introduzione di Gianni Sofri. È disponibile la versione digitale integrale.
Su Vingt mois à Auschwitz
di Gianni Sofri
Il patrimonio librario della Fondazione Gramsci Emilia-Romagna si rivela sempre più ricco e anche sorprendente, soprattutto dopo essere stato ulteriormente impreziosito dall’acquisizione della libreria Palmaverde di Roberto e Elena Roversi. È per l’appunto da questo fondo che, cercando come ogni anno un testo da proporre nel loro sito in occasione della Giornata della Memoria, i responsabili della Fondazione hanno visto emergere una curiosa trouvaille, interessante sia per il suo contenuto, sia dal punto di vista del bibliofilo. Parliamo della prima edizione (Paris, Nagel, 1945) di Vingt mois à Auschwitz, di Pelagia Lewinska, con una introduzione di Charles Eube e un poema di Paul Eluard. Si tratta cioè di uno dei più antichi esempi di memorialistica dei sopravvissuti di Auschwitz: molto rari nel ’45, a così poca distanza dalla fine della guerra e dalla liberazione dei campi, e ancora più rari nel caso della memorialistica femminile. Polacca, membro autorevole del Partito comunista e del Parlamento polacco nel dopoguerra, Pelagia Lewinska è stata probabilmente uno dei più longevi tra i reduci di Auschwitz, essendo vissuta dal 1907 al 2004. La sua testimonianza ebbe grande risonanza alla prima uscita del libro, e le ottenne importanti riconoscimenti in patria (ancora nel 2003) e fuori. Il libro ebbe in Francia altre edizioni, e fu tradotto in più lingue, tra cui l’inglese e l’italiano. Nel 1946, infatti, l’editore Ramella di Torino pubblicò un volume intitolato Donne contro il mostro, che comprendeva due scritti di due autrici diverse: uno era per l’appunto Venti mesi a Oswiecim della Lewinska, l’altro Ricordi della casa dei morti di Luciana Nissim Momigliano.
Di Charles Eube, autore dell’introduzione, non è stato possibile, in breve tempo, trovare notizie precise. E tuttavia c’è come ora vedremo una curiosità che lo riguarda. Può colpire il lettore, nelle pagine di Eube, l’insieme di giudizi molto duri sulla Germania e i Tedeschi. Vi si sostiene, in pratica, una sorta di peccato originale della Germania e della sua cultura, che conduce a una pressoché completa identificazione tra nazisti e tedeschi. Eube ritiene che se anche i carnefici nazisti fossero stati eliminati, l’immensa maggioranza dei soldati della Wehrmacht e dei civili tedeschi li avrebbe rimpiazzati gioiosamente. Parla di una “eterna tendenza germanica a volersi far servire da schiavi, a uccidere, a saccheggiare e a deportare” i popoli che ne ostacolino le mire. Ammette delle eccezioni, ma afferma che il comportamento tedesco è qualcosa di diverso da quello che noi definiamo come un comportamento umano.
Siamo insomma ben lontani dalle parole che Leone Ginzburg, sanguinante dopo un interrogatorio, trovò la forza di dire a Pertini, incrociandolo nei corridoi di Regina Coeli: “Guai a noi se domani […] nella nostra condanna investiremo tutto il popolo tedesco. Dobbiamo distinguere tra popolo e nazisti”. E tuttavia, nel leggere queste pagine, dobbiamo tener presenti alcune cose. La prima è che in quegli anni la rabbia disperata era molto diffusa (e comprensibilmente) in chi era da poco miracolosamente sfuggito all’inferno dei Lager o ne aveva ascoltato quasi incredulo i racconti (è il caso di Eube). La seconda è che questi accenti così fortemente presenti nelle pagine dell’introduzione sono invece quasi assenti, o comunque assai rari, in quelle della Lewinska, che sono invece essenzialmente un racconto, duro e terribile, e anche pieno d’ira (come potrebbe non esserlo?) contro quei tedeschi, uomini e donne, che governavano il Lager e che cercavano spietatamente di mortificare e distruggere ogni forma di dignità nei prigionieri. Ma è anche, il libro della Lewinska, un inno alla vita, alla capacità di resistere. “Il trionfo dell’uomo” è il titolo dell’ultimo capitolo, e queste sono le due ultime righe del libro: “Anche a Oswiecim, l’Uomo conobbe a volte trionfi degni di Stalingrado”.
Ma la storia non finisce qui. Di Robert Antelme, una delle grandi figure del mondo dei deportati che hanno raccontato la Shoah, si ripete spesso che ha scritto un solo libro (ancorché un grande libro): La specie umana (uscito in Francia nel ’47, tradotto da Einaudi nel ’69). In realtà, Antelme scrisse qualcosa d’altro, che ha a che vedere con il nostro tema, e che lo portò per un momento a incrociare Charles Eube.
Nel ’45, una parte della stampa francese dette notizia di maltrattamenti cui erano sottoposti in alcuni casi i prigionieri tedeschi in Francia. Antelme, tornato a casa da Dachau pochi mesi prima in condizioni fisiche spaventose, scrisse subito un articolo per “Les vivants. Cahiers publiés par des prisonniers et déportés”. Lo intitolò Vengeances?. Vi sostenne che il prigioniero “è un essere sacro, perché è un essere abbandonato, che ha perso tutte le sue chances”. Se è un criminale, va giudicato e condannato, ma nulla va aggiunto alla sua pena legale, perché sarebbe barbarie. Nessuno, che avesse subito su di sé le più terribili violazioni della giustizia, della libertà, della dignità e del rispetto dell’uomo avrebbe potuto tollerare che in suo nome analoghe violazioni venissero fatte subire ad altri, anche se colpevoli. Senza il minimo riferimento alla nozione cristiana di perdono, Antelme vedeva tuttavia l’unica possibilità di salvezza nel rifiuto della barbarie e in un no deciso alla vendetta. Si può capire come fosse Charles Eube, in una lettera indirizzata al “Cahier” successivo, a protestare contro queste posizioni, denunciando l’ipocrisia dei tedeschi, il loro chiedere perdono essendo pronti a ricominciare, la loro tendenza secolare, già chiara ai tempi di Schiller, a prendersi per sé tutte le libertà togliendole agli altri per farli propri schiavi. Antelme gli rispose. Scrisse che già il dire “il tedesco”, il parlare di tedeschi come di un’entità unica, priva di differenze e di contraddizioni, era cosa da fargli passare ogni voglia di dialogo. Ricordò le migliaia di tedeschi che fra il ’33 e il ’39 si erano opposti al nazismo, pagando anche con la morte. Rifiutò con decisione “lo schema della ‘Germania eterna’”. Propugnò una politica di denazificazione autentica e di sostegno agli elementi democratici, e ricordò una frase recente di Benes: “Occorrerà conseguire una trasformazione spirituale della Germania, e questo richiederà trent’anni”.
I due brevi testi di Antelme, Vengeances? e Réponse à Charles Eubé (questa volta scritto con l’accento) vennero allora pubblicati insieme. Di recente, nel 2005, li ha ripubblicati l’editore Verdier nella collana Farrago.
Ma non possiamo finire questa breve presentazione senza ricordare, a mo’ di conclusione, un punto molto importante. Ciò che pensavano, in contesti diversi, Leone Ginzburg e Robert Antelme (e Benes e altri) non era solo un modo di ragionare “nobile”, che rifiutava ogni forma di fascismo e di razzismo. Era anche capacità di prevedere e volontà politica. Nei decenni che ci separano da loro, la Germania ha saputo condurre un esame coraggioso e spietato di se stessa, del proprio passato, della propria storia. E benché mai la Storia archivi del tutto i problemi, e i pericoli di un ripresentarsi in nuove forme del Male siano sempre presenti dietro l’angolo, i frutti di quel lavoro sono davanti agli occhi di tutti, sicché la Germania di oggi può andarne orgogliosa. Cosa che non si può dire di altri Paesi (a cominciare dal nostro: ma si pensi alla rinascita dell’estrema destra, negli ultimi anni, in tanti Stati dell’Europa orientale), i quali si sono crogiolati nell’idea di aver conosciuto fascismi più “moderati” e meno dannosi, o di essere stati solo vittime e in nulla carnefici. Questa, non certo di poco conto, è forse l’ultima considerazione (ma fra le tante altre possibili che lasciamo al lettore), suggerita da questo libro.
Rendiamo visibili quattro capitoli del volume digitalizzato:
| Autore | Lewinska Pelagia |
| Editore | Nagel |
| Anno | 1945 |
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In occasione del centenario della morte di Andrea Costa la FONDAZIONE GRAMSCI EMILIA-ROMAGNA rende disponibili on line alcuni opuscoli del politico imolese e riguardanti la sua opera.
Gli opuscoli:
1 – Il socialismo, Firenze, Nerbini, 1901
2 – Socialismo e fascismo nelle parole di A. Costa, a cura della Federazione Circondariale Giovanile Socialista imolese, Imola, Coop. Tip. Ed. Paolo Galeati, 1921
3 – Apostolato di Andrea Costa. Raccolta di scritti di propaganda di Andrea Costa, con prefazione biografica, Roma, Società Editoriale Socialista La Propaganda, 1910
4 – Andrea Costa. Vita aneddotica del più popolare dei socialisti italiani, 30 novembre 1851-19 gennaio 1910, Roma, casa editrice M. Carra & C. di Luigi Bellini, (dopo il 1910)
Lettere originali contenute nel fondo Luigi Arbizzani conservato e consultabile presso la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna.
La Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna, in occasione del 25 aprile, pubblica sul proprio sito alcuni stralci tratti dalle lettere di Nino Nanetti alla famiglia.I testi riportati sono tratti dalle lettere originali contenute nel fondo Luigi Arbizzani conservato e consultabile presso la Fondazione Istituto Gramsci Emilia-Romagna.
Breve nota biografica di NINO NANETTI
Nasce il 29 aprile 1906 a Bologna da Enrico e Argia Rossi. Nel 1920 comincia a lavorare presso l’officina SABIEM di Bologna in qualità di operaio meccanico. La sua formazione scolastica si fermò alla quinta elementare ma la sua forte curiosità e una grande vivacità intellettuale lo spinsero sempre a leggere e a studiare molto. A sedici anni aderisce al Movimento giovanile socialista di Bologna diventandone ben presto un dirigente. Rimane ferito due volte, nel 1924 e nel 1925, a causa di scontri con i fascisti. Lavora per riunificare la lotta dei giovani antifascisti comunisti, cattolici e senza partito. In rappresentanza dei giovani socialisti va in visita in Unione Sovietica rimanendovi tre mesi. In seguito, per sfuggire alle persecuzioni fasciste, si sposta a Genova dove in qualità di meccanico lavora alla Ansaldo S. Giorgio di Sestri Ponente. Viene arrestato nel giugno del 1927 e condotto nel carcere penitenziario di Bologna da dove uscirà il 19 ottobre del 1927. Si iscrive al Partito Comunista Italiano portando con sé anche il gruppo dirigente della Federazione giovanile socialista di Bologna. Viene nuovamente arrestato nel gennaio del 1928 e spedito al confino per tre anni sull’isola di Lipari. Prosciolto dal confino rientra a Bologna nel febbraio del 1930 e riprende l’attività politica. Per evitare l’arresto espatria in Francia nel 1931. Viene nominato membro del Comitato centrale della FGCI e lavora attivamente come funzionario politico organizzando attività clandestine. Nel 1933 partecipa alla preparazione del Congresso antifascista europeo che si terrà a Parigi.
Lo stesso anno si trasferisce a Tolosa dove lavora come autista, manovale e meccanico. Nel 1934 partecipa a sommosse antifasciste che condurranno alla creazione di alcune comuni nella città francese. Comincia la sua relazione con Jaska Jannette.
Nel 1936, in seguito alla rivolta fascista di Francisco Franco, Nanetti è tra i primi antifascisti italiani che giunge in Spagna per combattere. In occasione del primo attacco a Huesca ideò la “batteria fanstasma”: dopo aver montato un cannoncino su un camion lo faceva sparare in rapida sequenza da postazioni diverse in seguito ai continui spostamenti del mezzo, dando così l’impressione agli assediati di essere sotto il fuoco di una batteria intera. Dimostrò così di possedere notevoli doti di strategia militare grazie alle quali gli fu conferito di organizzare il Battaglione della Gioventù composto da cinquecento giovani volontari. Andò a difendere Madrid e divenne comandante del battaglione da lui addestrato. A novembre lo troviamo già al comando di sei battaglioni con il grado di tenente colonnello. Gli viene in seguito affidata una divisione di diecimila combattenti spagnoli. Durante un’azione militare, dopo aver ottenuto la promozione sul campo a generale, viene gravemente ferito alla spina dorsale da un proiettile. Muore il 21 luglio 1937 nell’ospedale di Santander a trentun anni.
| Autore | Nanetti Nino |
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