Anna Maria Ortese, Angelici dolori e altri racconti, Milano, Adelphi, 2006, a cura di Luca Clerici, pp. 475, € 22.
Il volume raccoglie meritoriamente i primi racconti pubblicati dall’Ortese a metà degli anni trenta, accompagnandoli ad alcuni usciti su riviste e ad altri dispersi. Anna Maria scrisse una quantità impressionante di racconti, forse duecento, e di essi, nel ritorno di interesse per la sua opera complessiva e il suo ruolo nella narrativa italiana del secondo novecento, si sta ripercorrendo la storia editoriale. La commistione di realtà e irrealtà è una delle cifre della scrittura ortesiana. Si veda “Fantasticherie”, dove dalla concretezza di una notte di novembre al tavolino, al proposito di scrivere un racconto, subentra tutta l’infanzia, i luoghi magici, la morte della madre, le domande (gli scritti di Anna Maria sono pieni di interrogativi), la nebbia e il richiamo verso una realtà altra, misteriosa. Ne “L’alone grigio” una strana congiuntura meteorologica riporta indietro i propri cari già morti, e tutto è sospeso tra l’incredulità ed un messaggio che le labbra non riescono a pronunciare. E nel racconto “La penna dell’angelo” la protagonista rifiuta la bellezza della pace perché non sa staccarsi dalla sua materia, che è fatta del “male della terra, del sangue, delle lacrime”.
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