Eugenio Riccomini, A caccia di farfalle, Bologna, Zanichelli, 2005, pp. 192, 128 tavole a colori, € 26.
“Manuale semplice e breve per guardar quadri e sculture senza complessi d’inferiorità”, suggerisce il sottotitolo di questo elegante manuale di lettura dell’opera d’arte, opera che “non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscere i caratteri…senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente parola…”.
La citazione da Galileo può apparire forzata, tuttavia l’autore ben chiarisce l’importanza dell’apprendimento degli elementi e delle regole basilari del linguaggio dell’arte, per saper osservare e comprendere un patrimonio inestimabile di civiltà e ancor più per godere della loro bellezza.
Si parte dalla classica domanda: cosa propriamente sia un’opera d’arte, ovvero quel che distingue un oggetto d’uso, un ponte per esempio, da una costruzione mirabile che, pur assolvendo la sua funzione, attira il nostro sguardo per il senso estetico che sa evocare.
Si giunge a percorrere le sale di un immaginario museo che accoglie i capolavori più vari legati da quel filo sottile che sa stabilire un contatto tra l’osservatore e il pennello o lo scalpello dell’artista.
Tra le opere non c’è continuità storica, c’è comunanza di estro e ispirazione, farfalle che l’autore insegna a cogliere con l’ausilio della ricca dotazione di tavole che costituiscono il sorprendente catalogo di questo itinerario.
Con lo stile colto e avvolgente che gli è congeniale, Eugenio Riccomini conduce il lettore a comprendere che “un dipinto (o vogliamo dire: un’opera d’arte?) si presenta come una sorta d’accento messo su ciò che si vede; e diventa un luogo in cui si guarda con più intensa attenzione.” (p. 18).
Rita Tamba
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